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essere o non essere

ESSERE E NON ESSERE: Shakespeare e la Gestalt

Il famoso dilemma shakespeareiano “essere o non essere” viene vissuto in modo tanto drammatico e angosciante dal povero Amleto, come da molti di noi, in quanto rimanda a una visione manichea in cui sia necessario scegliere nettamente tra una cosa o un’altra, trovando in fondo la differenza tra giusto e sbagliato, come a dover scegliere tra vivere e morire. L’immagine che evoca è quella di un bivio da cui partono due strade divergenti, e solo una di queste condurrà alla meta, per cui è vitale capire di quale si tratti e imboccarla senza errori.

Questa prospettiva appartiene ad una epistemologia contrappositiva o del “aut-aut”, in cui si pone una contraddizione tra due elementi, risolvibile solo scegliendone esclusivamente uno a discapito dell’altro. L’alternativa che viene proposta nell’approccio della terapia della Gestalt è invece una epistemologia della complementarietà e dell’integrazione, definita del “et-et”, in cui si conferisce possibilità di esistere sia all’una che all’altra parte in gioco. Potremmo esprimerla, riformulando il dilemma di Amleto, come “essere e non essere”. In questo caso, l’immagine adottata è quella della dinamica figura/sfondo, tipica della percezione umana, o dell’alternarsi ciclico dei fenomeni, come avviene in natura.

Entrando più nello specifico dell’approccio gestaltico, possiamo abbracciare la prospettiva secondo cui un rapporto sano con l’oggetto, qualunque esso sia, preveda un “ciclo del contatto” che si realizza in una costante oscillazione tra presenza e assenza, tra contatto e ritiro. Questa ciclicità si può riferire a situazioni in cui siamo coinvolti, relazioni sociali di ogni genere e finanche parti di sé: il senso è riuscire ad entrare appieno nel contatto con qualcosa o qualcuno, e poi sapersi distaccare quando è il momento, per ritornarvi in seguito e riuscire a goderne nuovamente.

Infatti, il contatto e il ritiro non sono forze contrapposte che creano un conflitto – “essere o non essere” appunto –, ma aspetti della medesima realtà dinamica, che ci permettono di essere in sintonia con il ritmo stesso della vita, che si manifesta nell’alternarsi di inspirazione ed espirazione, nel susseguirsi delle stagioni, di giorno e notte, di sonno e veglia…in una danza continua.

Un ulteriore contributo a questa prospettiva, pur senza addentrarsi troppo in una materia nella quale non sono esperto, si può trarre dalla fisica moderna, che a partire dal secolo scorso ha scoperto sperimentalmente la necessità di un approccio che tenga conto della complessità del reale, e lo sta continuando a verificare in modo sempre più raffinato. Dalla nascita della meccanica quantistica in avanti, è stato evidente che non sia più possibile attribuire una natura univoca ai fenomeni osservabili, poiché ad esempio un elemento della materia può assumere forma di onda o di particella a seconda dei parametri di riferimento e di misurazione utilizzati, del contesto, dell’osservatore stesso. Queste dimostrazioni hanno fatto decadere la concezione dualistica della realtà e hanno sostanzialmente risolto il paradosso della duplice natura di molti elementi osservabili, a partire dalla luce, accogliendo il principio di complementarietà, già noto da secoli nelle filosofie orientali a partire dal Taoismo, anche nella scienza occidentale.

Tornando alla dimensione psicologica, potremmo esprimerla attraverso questa metafora: concepire il nostro sé più che come un’entità monolitica come un’assemblea di parti, più che una voce solista un coro, più che un ritratto un mosaico. Di conseguenza, se ognuno di noi è un mosaico fatto di vari tasselli, ciascun tassello ha il suo ruolo e la sua funzione nel creare la figura d’insieme, anche se alcuni hanno una dimensione maggiore e godono di una posizione più centrale. E se riusciamo a vedere che ogni mosaico individuale è a sua volta parte di un mosaico più grande, e così via fino a comprendere l’universo (o gli universi), si può cogliere chiaramente come la logica contrappositiva del dover essere in un modo univoco e “giusto” sia ingannevole oltre che foriera di patimenti, rimpianti e rimorsi.

Dunque, senza alcun giudizio di valore assoluto si può essere allegri e tristi, razionali ed emotivi, attivi e passivi, si può stare con e senza qualcuno. In quest’ottica, le uniche vele imprescindibili per navigare nel mare della complessità sono la consapevolezza e la responsabilità.

Perls – il fondatore della terapia della Gestalt – ci teneva a far capire che la Gestalt non è un altro concetto o una teoria inventata dall’uomo, ma è invece un modo per descrivere qualcosa di inerente alla natura. Così entrare nella possibilità di “essere e non essere” può rappresentare in fondo un ritorno alla natura, intesa in senso lato: la mia, la tua, quella del pianeta in cui viviamo…il mistero che tutto accoglie.

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